IN COSA CONSISTE E COSA SUGGERISCONO GLI ESPERTI

In questi ultimi mesi, a causa dell’emergenza Coronavirus, tutti siamo stati costretti a cambiare il nostro stile di vita, per via delle misure restrittive imposte dal lockdown.

Se infatti non è stato semplice adattarci a vivere quasi esclusivamente nel nostro ambiente domestico, abituarci a lavorare e a studiare da casa per via telematica, a poter frequentare i nostri cari e  gli amici solo attraverso videochiamate,  ad avere a che fare con mascherine, guanti e sanificazioni, a subire i bombardamenti dei media riguardo notizie molto spesso contrastanti, sta risultando ancora più complesso riprendere in mano la vita di sempre, grazie al progressivo allentamento delle prescrizioni applicate durante l’emergenza covid-19.  Abbiamo aspettato per tanto tempo di poter uscire a prendere aria o semplicemente per fare una passeggiata, ma ora che possiamo non ci va.

Gli esperti chiamano questo disagio di non voler tornare nel mondo esterno “Sindrome della Capanna”.

Cosa è?

La sindrome del prigioniero o della capanna è una sindrome che implica la voglia di continuare a rimanere nel proprio rifugio e non voler uscire da esso. Non è un vero e proprio disturbo mentale, infatti non è riconosciuta completamente a livello psicologico e scientifico, poichè manca di letteratura e casistica, ma è associato normalmente ad una condizione particolare collegata a un lungo periodo di clausura, come per esempio una malattia, o una condizione patologica, o nel caso che abbiamo appena vissuto, alla pandemia del Coronavirus.

E’ un’ansia tutto sommato comprensibile, visto che finora abbiamo considerato il nostro nido domestico come un rifugio dove proteggersi dal virus. La realtà esterna appare come ansiogena e ciò induce molte persone a preferire di restare in casa,  evitando gli  incontri con gli altri, innescando situazioni di autoisolamento.

Inoltre, va aggiunto che ci sono persone  che non hanno vissuto la quarantena come una prigionia, ma che anzi, protetti tra le quattro mura di casa, hanno riscoperto interessi accantonati, rispolverato libri, hanno potuto dedicare più  tempo alla propria famiglia, e ritagliarsi del tempo per se stessi, inaugurando una nuova routine, per certi versi gratificante. Ovviamente anche per loro la ripresa delle abitudini di un tempo può risultare faticosa.

Secondo gli psicologi, questo disagio, che colpisce un grande numero di persone, è del tutto nella norma, giustificato anche dalla paura più che legittima di essere contagiati e, successivamente, di contagiare i propri cari. Un malessere alimentato, inoltre, dalle preoccupazioni dovute alla ripresa degli obblighi sociali e lavorativi che segnano il futuro di ognuno.

Quello che gli esperti suggeriscono per affrontare al meglio il problema e provare così a ricominciare, è sicuramente la gradualità. Ognuno dovrà fare tutto rispettando i suoi tempi, procedere con calma, iniziando dal riprendere le attività più semplici, riprendere a frequentare le persone più care così da tornare a condividere spazi ed esperienze di vita comuni. Provare ad uscire un po’ con le dovute precauzioni, ed avere pazienza, nella speranza che questo periodo passi per ritornare ad abbracciarci e non avere più paura.